Sul fatto che Lavoradori sappia disegnare non c’è dubbio. D’altronde anche Picasso, prima di darsi al cubismo, aveva dimostrato di essere in grado di dipingere in maniera più “classica”, e molto bene. Poi prese altre strade, che non tutti apprezzarono o capirono, ma certo nessuno poté accusarlo di non saper disegnare.
Al di là dei paragoni con Picasso, Lavoradori è un ottimo disegnatore, e per fortuna – come anche, a suo modo, Roberta Migheli – le sue qualità ce le ha mostrate ampiamente in passato. Dico questo perché, sinceramente, faccio fatica a digerire il suo stile attuale. Una breve come quella di questo numero, tutto sommato, la leggo abbastanza in scioltezza, ma, per dire, la citata “Paperinik e Nik Paper contro Mad Ducktor” (34 pagine), che potenzialmente non era affatto male, non l’ho proprio retta, ed esclusivamente per via dei disegni, che mi hanno fatto venire il mal di testa. Non l'avrei mai saltata a pie' pari, ma, insomma, non vedevo l'ora che finisse.
Ovvio che siano gusti, e comunque, come si è detto, si tratta una piccola percentuale di storie sul totale delle pubblicate: se essa fosse assai più consistente, sinceramente mi preoccuperei per le sorti del nostro amato libretto. Esistono tante maniere di sperimentare: il Cavazzano degli anni Settanta lo faceva, ma, insomma, i risultati, almeno a mio parere, erano ben diversi!
Quando ero bambino, negli anni Ottanta, trovavo sul Topo stili diversi: amavo Scarpa, Carpi, Gatto, Cavazzano – dal tratto più “rotondo” e armonioso – ma anche gli inconfondibili Chierchini e Asteriti, in apparenza meno “disneyani”, ma ugualmente validi. Anzi, questi ultimi, che magari in principio nel mio gradimento ponevo leggermente dietro agli altri, li ho amati sempre più col passare del tempo. Questo per dire che, malgrado tutto, resto dell’opinione che sia bene dare spazio a tentativi di evolvere il proprio stile. Ma, mi duole scriverlo, il trend lavoradoriano, al momento, non riesco proprio ad apprezzarlo.