Paperman (Paperman) 2012

E' davvero difficile per me analizzare questo cortometraggio, sia per la sua natura che per ciò che rappresenta all'interno del panorama disneyano.
Paperman è, infatti, una delle migliori opere mai realizzate dalla Casa del Topo ed anche quella che, più di tutte, ne rappresenta la travagliata storia recente. Fin dai tempi dell'annuncio di Michael Eisner di chiudere con l'animazione tradizionale, agli Studi Disney si assistette alla nascita di una vera e propria dicotomia produttiva ed artistica, rappresentata dalle tecniche artistiche classiche da una parte, dall'emergente animazione computerizzata dall'altra. Da allora, a periodi alterni, le dirigenze di turno hanno favorito questa o quella a seconda di come soffiava il vento e questo clima non poteva che creare confusione non solo a livello produttivo, ma anche a livello d'immagine, con una Disney che si presentava al pubblico in maniera sempre diversa, proponendo pellicole piuttosto diverse tra loro. Il primo a tentare di risolvere la questione fu il veterano Glen Keane che, già nella prima metà degli anni 2000, si mise al lavoro su di una mirabolante tecnica che avrebbe conferito alle animazioni computerizzate una resa pittorica, punto d'incontro tra le due arti. Purtroppo, il lavoro di Keane subì gli effetti delle continue rielaborazioni del film in cui sarebbe confluito,
Rapunzel, e, alla fine non se ne fece più niente. In compenso, il veterano si occupò personalmente della supervisione dell'animazione nella versione definitiva del film e riuscì a conferire ai personaggi un aspetto e una resa animata e visiva che gli avvicinava parecchio allo stile dell'animazione tradizionale. Già all'indomani di Rapunzel, però, un team creativo, guidato dal ex-pixariano John Kahrs, si mise al lavoro su un nuovo progetto, un cortometraggio che avrebbe proposto una nuova tecnica d'animazione che avrebbe fuso assieme il disegno a matita con i modelli tridimensionali. L'asso nella manica della squadra di Kahrs era rappresentato da un nuovissimo e rivoluzionario software, Meander, grazie al quale era possibile "scolpire" i modelli tridimensionali con il disegno a matita e, contemporaneamente, realizzare automaticamente le intercalazioni delle animazioni. E il risultato di questo procedimento è ben visibile nella versione finale, in cui l'aspetto dei protagonisti pare realizzato a matita mentre le loro animazioni e i personaggi secondari rivelano la loro natura digitale. Bisogna, però, tenere conto del fatto che siamo di fronte ad una tecnica sperimentale e che sia necessario un po' di tempo per perfezionarla. La fine della rivalità tra CGI e 2D vale questo e altro, però non è solo su questo che
Paperman punta. Perchè è vero che già la tecnologia di Meander rende straordinario questo corto, tuttavia il suo straordinario successo è dovuto maggiormente a quello che racconta. In perfetto stile disneyano,
Paperman propone una storia relativamente semplice ma, in questo caso, viene giocata la carta dell'immedesimazione, sfruttando una situazione in cui quasi tutti, almeno una volta nella vita si sono trovati, vale a dire l'incontro casuale con un ragazzo/a, del possibile feeling che può esserci e della possibilità di trasformarlo in qualcosa di più se solo tutto questo non durasse che pochi minuti:
Paperman ci parla, quindi, della seconda chance concessa ad un giovane impiegato, George, di reincontrare una ragazza conosciuta alla fermata del treno. Una storia molto intrigante che propone un'idea di relazione amorosa molto moderna e suggestiva e che si dimostra tremendamente coinvolgente, questo anche grazie alla recitazione dei due protagonisti, dalla caratterizzazione perfetta. Gran parte del merito, però, va anche alla regia di Kahrs, praticamente ineccepibile e che racconta in maniera chiara e concisa la vicenda in esame, e alle incredibili musiche di Christopher Beck, dalle sonorità pop ma pur sempre perfette ad accompagnare la visione di una metropoli anni '50, oltre che assolutamente d'atmosfera. Nessuno spettatore avrebbe mai potuto immaginare una cosa del genere prima di entrare nei cinema e il corto sta godendo, ora, di un meritatissimo successo, legato strettamente a quello del lungometraggio a cui era stato abbinato, l'incredibile
Ralph Spaccatutto, e si è reso addirittura meritevole del Premio Oscar per il miglior cortometraggio animato. Appare, quindi, naturale la scelta compiuta dai registi John Musker e Ron Clements di girare un intero lungometraggio con questa nuova tecnica. L'impresa è titanica, la resa di Meander va perfezionata, ma la strada intrapresa pare essere, finalmente, quella giusta e il futuro dell'animazione disneyana, dopo un burrascoso decennio, sembra più rosea che mai.