Recensione I Classici Disney 25 - Gli strani casi del Detective Donald
Il venticinquesimo numero della nuova serie de
I Classici Disney è probabilmente
il più peculiare della collana da quando si è rilanciata con la formula “d’autore”.
Finora, infatti, anche quando si sono dedicati albi a delle vere e proprie saghe non c’è mai stato proposito o possibilità di completezza:
ci è andata vicina l’uscita precedente sul Vito Doppioscherzo di Casty, ma senza l’avventura d’esordio del personaggio e con l’ordine di pubblicazione delle avventure stravolto.
Con
Gli strani casi del Detective Donald vengono invece raccolti
in ordine cronologico tutti gli episodi della serie creata da
Vito Stabile nel 2016, nella quale un Paperino investigatore si muove nella Duckburg degli anni Quaranta del secolo scorso. Sviluppatosi su tre storie pubblicate nel giro di otto mesi circa,
questo ciclo sembrava essersi interrotto (peraltro con un
cliffhanger!) per poi essere inaspettatamente ripreso nel 2022 tramite un’avventura che risolveva quel finale sospeso e portava il progetto a un’ideale conclusione, prima di essere riaperto ora con un’ulteriore indagine.
La serie,
in realtà priva di una vera e propria continuity – se non per i labili e coerenti riferimenti a quanto accaduto in precedenza e in particolare al contesto e ai rapporti settati nel racconto d’esordio – appariva comunque
piuttosto coesa nella sua struttura complessiva, motivo per cui la sfida principale di questo numero sembrava essere quella di impostare una
frame-story interessante.
Duole riscontrare che è in effetti proprio questo
il principale difetto dell’albo: lo sceneggiatore, chiamato a cucire in un unico flusso storie già armonicamente conseguenti tra loro, si trova da una parte senza l’esigenza di aggiungere grandi elementi collanti e al contempo senza la possibilità di ricorrere a chissà quali soluzioni fantasiose. Il risultato sono una manciata di tavole di collegamento poco ispirate e decisamente interlocutorie, nelle quali Donald si fa venire una crisi interiore sul suo ruolo di investigatore e chiede quindi a diverse persone come ritrovare un senso e una direzione al proprio mestiere.

La classica posa da detective alla scrivania si fonde con l’indole pigra di Paperino
Al di là di un simpatico tormentone sul genere cinematografico prediletto dal protagonista,
sono spezzoni che non aggiungono granché né al personaggio né alla serie nel complesso, fungendo da blanda connessione tra le storie. Si salva giusto il finale, per via del suo significato tutto volto ad omaggiare le potenzialità di Paperino – inteso come personaggio in senso ampio – ma è un po’ poco e l’impressione è che mai come in questo caso il meccanismo della cornice narrativa fosse superfluo.
Anche la scelta di ricorrere a
un disegnatore diverso da Carlo Limido, che ha illustrato tutti gli episodi, non paga a livello di coesione:
Paolo De Lorenzi presenta un tratto piuttosto asettico e rigido che stacca eccessivamente rispetto a quello del collega e che rende ancora più evidente l’estraneità dell’operazione.
Passando alle singole storie, si tratta di racconti genuini e decisamente riusciti.
La penna di Stabile richiama in maniera azzeccata il genere narrativo di riferimento, ponendosi in maniera equilibrata a metà strada tra l’omaggio e la parodia. Gli stilemi dell’
hard boiled ci sono tutti, specialmente nel debutto di
Mistero su tela, ma vengono addolciti dallo stile disneyano e soprattutto da un formidabile Paperino: nell’introduzione all’albo l’autore fa riferimento ai cortometraggi animati degli anni Quaranta e il “sapore” che il personaggio mantiene in questa versione alternativa ha effettivamente diversi debiti verso quella caratterizzazione, pur con tutte le variazioni dovute al differente medium e a trame più articolate.
La sbruffoneria e l’incoscienza si fondono con il coraggio e l’intraprendenza del più puro Paperino a fumetti. Usare Paperetta nei panni della giovane assistente Oletta è un’ottima trovata, perché fornisce la giusta spalla al protagonista: la sua esuberanza e il suo entusiasmo sono tali da permettergli di esprimere al meglio il proprio carattere e il proprio ruolo.

Il temperamento bizzoso del Donald Duck dei cortometraggi animati si incarna in questa versione a fumetti grazie alla caratterizzazione di Vito Stabile e alle matite di Carlo Limido
Invito a cena con delizia appare come una felice conferma del
format, mettendo in scena un’articolata vicenda che vede convergere due trame apparentemente separate in maniera fantasiosa e intrigante: il processo di investigazione viene descritto in maniera puntuale, tanto da farne il fulcro attorno al quale ruota tutta la narrazione, ed è un piacere notare che giunti alla fine tutto torna.
Questione di grinta esce invece dal seminato presentando un’indagine in senso lato e risultando in sostanza l’episodio meno convincente: Donald viene infatti assunto da un omone per aiutarlo a trovare la verve capace di incutere timore agli altri, utile per il suo lavoro di attore.
Per quanto Stabile abbia modo di inserire comunque un elemento
mistery nel terzo atto, il cuore del racconto è più vago e meno riconducibile al genere di elezione della serie,
una variazione sul tema che appare un po’ troppo fuori dagli schemi. Più interessante, pur nella sua atipicità, è
Il caso Numero Uno: introdurre in questo universo narrativo lo zio Scrooge offre l’occasione di calarsi nel passato di Donald per trovare la causa scatenante che l’ha spinto a intraprendere il lavoro di investigatore.
Lo spunto si rivela vincente, anche perché quell’indagine – ritrovare la prima monetina guadagnata dal ricco parente, disgraziatamente smarrita dal Donald bambino – si fonde egregiamente con il tessuto umano imbastito da Vito Stabile, da sempre attento cantore del delicato rapporto tra zione e nipote.
La storia non è quindi semplicemente un giallo, ma anche
il riuscito tentativo di scavare nelle emozioni e nelle incomprensioni tra consanguinei, aggiungendo spessore alla sceneggiatura.
Con
Cercansi guai disperatamente si tenta di riprendere il ciclo, che sembrava essersi già chiuso degnamente, con una specie di
more of the same.
Il nuovo
status quo con cui era terminata l’avventura precedente – un rilancio dell’attività di Donald, tra sede lussuosa e giro di clienti danarosi – viene intelligentemente usato come motore per la trama, dal momento che il protagonista sente l’esigenza di trovare casi più pericolosi e stimolanti, come non gli capitano più.

Il ripescaggio di Paperetta nei panni di entusiasta assistente dell’investigatore si rivela una mossa importante per valorizzare il lato più genuino della serie
Da qui però
la trama prende una strada non priva di pecche, perché l’indiziato numero uno dell’indagine è troppo palese per essere il vero colpevole e dall’altra parte non vengono presentate al lettore delle valide alternative; la soluzione viene inoltre svelata repentinamente e senza aver minimamente preparato il terreno a tale conclusione, che sembra così piovere dal cielo depotenziando un po’ l’assetto della storia.
Ai disegni di tutte le storie c’è
Carlo Limido, artista disneyano di lungo corso dalla matita guizzante e dallo stile morbido e dinamico.
La recitazione che infonde a questo Donald contribuisce in maniera determinante alla riuscita del personaggio, riportando su carta certi eccessi figli dell’animazione, tanto in alcune espressioni quanto in situazioni slapstick; ottime anche la sua Oletta-Paperetta, caratterizzata da un visino molto dolce e aperto, e la sua Daisy-Paperina in versione attrice elegante.
C’è anche
una certa cura per gli abiti, perfettamente aderenti allo stile del periodo (ottimo il gilet che Paperino porta sotto l’impermeabile o certi soprabiti di Oletta),
e per edifici e scenari, che offrono il giusto fondale per l’azione.
La griglia rimane sempre molto regolare, ma alcune inquadrature tentano soluzioni meno ovvie: un esempio su tutti, nella seconda storia, è la vignetta che visualizza l’arrivo dell’automobile di Donald dal basso, mettendo in primo piano la ruota che sgomma frenando sull’asfalto, una trovata di stampo cinematografico che aggiunge vitalità alla scena.
Detective Donald si può definire nel complesso
un ciclo molto piacevole e in gran parte riuscito, al netto di qualche aspetto meno convincente in un paio di storie. Il
Classico che lo raccoglie, pur non vantando una
frame-story all’altezza, si configura come
una vera e propria opera omnia della serie, presentata in edicola e in edizione economica,
un risultato finora mai raggiunto dalla testata (anche perché, banalmente, non è la sua
mission) e che lo rende un albo particolarmente compatto e lodevole negli intenti.

Citazioni barksiane di un certo livello, quando nella serie viene introdotto lo zio Scrooge[/size][/i]
Voto del recensore:
3.5/5Per accedere alla pagina originale della recensione e mettere il tuo voto:
https://www.papersera.net/wp/2023/07/20/i-classici-disney-25-gli-strani-casi-del-detective-donald/