Recensione Topolino 3440
Chiamate
Chi l’ha visto?, Andrea Castellan è sparito… da
Topolino!
Il fumettista noto come Casty manca, in qualità di sceneggiatore, dall’ormai lontana
Topolino e la micio-minaccia, unica sua storia edita nel 2021 se si esclude la nucciana
Io sono Macchia Nera (della quale, come sappiamo, ha realizzato solo i disegni). Nel 2020 aveva pubblicato quattro storie, altre quattro nel 2019, e solo tre nel 2018. Senza dubbio però fa sempre piacere
la presenza di storie “alla Casty” sulla testata ammiraglia, di cui
Topolino & Minni in: Qualcosa nella nebbia è solo l’ultima in ordine di apparizione.
Mi riferisco alla prima storia del numero di questa settimana, per i testi di
Pietro B. Zemelo e i disegni di
Davide Cesarello.
Qualcosa nella nebbia è divisa in due parti per un totale di 46 tavole e richiama lo stile castyano sin dal titolo (il possibile riferimento è
Topolino e qualcosa nel buio, opera a mio dire molto sottovalutata). Zemelo, sceneggiatore veneziano che a sua volta mancava da
Topolino dalla bellezza di quindici settimane, imbastisce
una vicenda misteriosa perfettamente calata nel contesto halloweenesco.
Come in un buon horror anni Ottanta, Topolino e Minni, diretti verso il tranquillo borgo di Boscofiorito, vengono costretti dalla nebbia a una tappa imprevista a Boscozucca. Qui si imbatteranno nel mistero della sparizione del giovane sfaccendato Willie, svanito dopo uno scherzo orchestrato con l’amico Rupert ai danni dello “strambo” del paese, Daryl, che in un paesino di appassionati coltivatori di zucche è il più fanatico. Abbiamo qui
un ritorno al Topolino “drogato” di misteri, che si getta a capofitto nel pericolo anche contro il senso comune. Saggiamente Zemelo utilizza
Minni come elemento risolutore, essendo dotata del buon senso che manca al fidanzato detective; il suo ruolo è quindi molto interessante e l’ho apprezzato.
Minni versione “final girl” La storia, ricca di citazioni al folklore di Halloween (il sempiterno Jack ‘o Lantern) e con
una riconoscibile estetica da slasher classico, è piuttosto
ben sceneggiata e sorprende per efficacia dell’atmosfera. Il finale non completamente chiuso suggerisce un ipotetico futuro
sequel, ma anche se questo non venisse mai realizzato
Qualcosa nella nebbia resterebbe
una storia soddisfacente, per me fra le migliori dello sceneggiatore veneto. Cesarello confeziona una prova molto più convincente rispetto a
La fonte della giovinezza e, soprattutto, anni luce sopra
la storia di raccordo del quattordicesimo
Classico della nuova serie.
A seguire, è il turno della conclusione de
La ballata di John D. Rockerduck, terza di una ipotetica trilogia nucciana a fuoco su tre storici antagonisti: dopo
Gastone e il suo quadrifoglio solitario e Macchia Nera in crisi d’identità, è il turno di un
John Davison Rockerduck in pieno meltdown freudiano. La rivalità con Paperone, che nel primo episodio veniva dall’autore rifunzionalizzata in chiave di
omicidio rituale del padre, giunge qui al proprio climax.

Rockerduck in piena rivalutazione
Il titolo (ispirato a un modesto lungometraggio dei fratelli Coen?), non c’entra molto con il contenuto: di musica, in questa storia, non vi è traccia. In compenso, in questa seconda parte
c’è un buon ritmo, reso incalzante dall’accumularsi dei successi di un Rockerduck redivivo che redime il necessario andamento lento del primo episodio. La conclusione, per quanto prevedibile, è messa in scena in modo interessante e non mancherà di commuovere i più sensibili.
Gli
aficionados di
Topolino ricorderanno un’altra storia in cui venivano puntati i riflettori sul rapporto “a tre” fra Paperone, Rockerduck e una figura genitoriale (in quel caso suo zio Edgar, sovrapponibile ad Howard). Si tratta di
Zio Paperone e la sfida del mattone di Macchetto e Camboni; ciò che lì veniva elegantemente suggerito, viene qui in certo senso approfondito, quando non spiegato. Alla definitiva trasformazione di John D. da carogna senza scrupoli a tenero gigione, tocca purtroppo rassegnarsi:
in Disney la graduale “buonizzazione” dei cattivi è un processo iniziato decenni fa e ormai inarrestabile.
Dato il sapore edipico che ha tutta la vicenda, il finale vero e proprio rappresenta un nodo ideologico difficile da sciogliere. Se tutto sommato ho apprezzato la storia, non nego che avrei preferito una vittoria autentica di Rockerduck al posto di questo sviluppo con Paperone demiurgo iniziale (coinvolto addirittura dai tempi dell’infanzia) e terminale.
L’omicidio rituale non avviene e Paperone finisce con l’essere motore dei cambi di stato del proprio figlio surrogato, addirittura per venire incontro a un’antica richiesta del padre biologico.
In passato, in storie come
Klondike: Il papero dei ghiacci, Paperone aveva riconosciuto al “pivello” lo status di degno rivale; guardando ancora più indietro, l’omologo paperesco di Rockefeller era riuscito persino a batterlo, in una o due occasioni. È arduo qui giudicare se vi sia stata una crescita reale del personaggio o se
La ballata di John D. Rockerduck abbia, più che mitigato, certificato
la sudditanza di John nei confronti di Paperone, che ne risulta alla fine il protagonista segreto.
Promesse tra miliardari Di questa storia ho comunque apprezzato
il ruolo di Lusky, non scontato, gli ottimi disegni di
Giorgio Cavazzano, qualche buona idea in termini di
layout e il focus tematico su una condizione,
la depressione, che raramente ha trovato spazio sulle pagine di
Topolino. Da appassionato di cinema coreano, mi ha fatto piacere anche la citazione di pagina 82 a un bellissimo film di Kim Ki-duk del 2003.
L’inedita di
Marco Nucci è seguita da
una ristampa eccellente. In occasione dell’avvicinarsi del primo anniversario della scomparsa dell’attore romano
Gigi Proietti si ripubblica una storia del 1997, unica avventura disneyana da lui scritta (a quattro mani con
Alessandro Sisti), per i disegni di un incommensurabile Cavazzano.
Si tratta della efficace
Paperino e le papere del Campidoglio, avventura che richiama la struttura delle parodie a cornice senza esserlo fino in fondo.
Le papere del Campidoglio, deformazione burlesca di un fatto leggendario con una incerta base storica, vede contrapporsi i pretoriani in agitazione sindacale e le
pasionarie di Roma, capitanate da un’astuta e determinata Paperina. Poco conta che gli avidi sorveglianti siano politicamente nel giusto: l’Urbe appartiene a tutti, anche ai barbari, e non per caso viene chiamata anche “Città Eterna”.

La magnificenza di Roma e di Cavazzano
Al netto di una fabula estremamente semplice e votata alla tesi di cui sopra, la storia presenta senza dubbio come punto forte
una componente grafica eccezionale. Sebbene il suo tratto fosse già, praticamente, quello che ormai ben gli conosciamo, la maggiore varietà in termini di espressività e regia della tavola da parte di Giorgio Cavazzano fanno delle
Papere del Campidoglio la storia meglio disegnata del numero.
A seguire il prologo di
Grosso guaio a Paperopoli di
Marco Gervasio e
Giuseppe Facciotto, coppia artistica ormai consolidata. Si tratta della seconda storia presente in questo albo, dopo
La ballata di John D. Rockerduck, a riportare la dicitura
“Un’idea di Alex Bertani”. Se è ormai chiaro da tempo che Bertani si sia investito del ruolo di
showrunner di
Topolino, essendo più o meno coinvolto in tutti i progetti cruciali per il futuro del settimanale,
apprezzo molto che il direttore si attribuisca esplicitamente la paternità delle idee, tanto quanto non amavo particolarmente che si limitasse a darne indizio negli editoriali. La presenza di una “grande intelligenza” saldamente al controllo di tutte le storie più ambiziose porta con sé pregi e criticità che dovremo valutare nei prossimi anni.
Limitiamoci per il momento a giudicare, in mancanza d’altro, l’antipasto in sole sei tavole a questa nuova storia a puntate sceneggiata da Gervasio. Ciò che troviamo in fondo al numero 3440 di
Topolino è lo
starting point di una avventura in tre episodi
il cui titolo rappresenta l’ennesima citazione cinematografica dell’albo. A farne le spese è stavolta
Grosso guaio a Chinatown, capolavoro
wire fu di John Carpenter.
Topolino e Pippo si sono lasciati coinvolgere da Minni e la sua amica stilista Betty, con la quale gestisce la Purple Boutique, in una sessione da modelli. All’improvviso, il nostro detective dilettante viene convocato da Basettoni, che lo coinvolge in una pericolosa indagine a Paperopoli, dove pare sia in atto un contrabbando di diamanti.

Paperopoli odia, Topolino non può sparare
Su queste poche pagine c’è veramente poco da dire: in sé la vicenda sembra intrigante ed è presente, nel dialogo fra Topolino e il Commissario, un rarissimo, velato riferimento alla morte. Le citazioni alla serie
Minni prêt-à-porter di Valentina Camerini e Giada Perissinotto sembrano volte alla costruzione di
una piccola continuity transautoriale, segni di un sincretismo che molti mostrano di apprezzare ma che a me lascia del tutto indifferente. Sul fronte sceneggiatura si rilevano dialoghi verbosi, con più
balloon del necessario e anche qualche cortocircuito logico.
Quando Topolino dichiara di aver intenzione di prendere parte all’indagine, Basettoni si oppone dichiarando: «Non se ne parla! Non è per questo che ti ho chiamato!» Il vero motivo della chiamata resta dunque misterioso: si trattava di una semplice chiacchierata fra amici o c’era qualcosa di più? Poco dopo, sempre Basettoni afferma: «È troppo rischioso!
È una città che non conosci e in cui non hai appoggi!».
Con tutto il rispetto per l’amnesico tutore dell’ordine, abbiamo a disposizione
ottantasei anni di storie che vedono legati i Topi ai personaggi della famiglia dei Paperi, e non si contano le trasferte degli uni nella città degli altri. Infatti, due vignette e sei
balloon dopo, dopo avergli confermato che «in certi casi può essere un vantaggio», Topolino lo smentisce ricordandogli che «non sarà proprio solo». Insomma, la confusione regna sovrana.
In attesa di sapere qualcosa di più su questa pericolosa trasferta nella capitale del Calisota, spendiamo giusto qualche parola per gli altri elementi che compongono l’albo. La copertina, opera di
Corrado Mastantuono e
Mario Perrotta, è magnifica e presenta la storia di apertura con l’aggiunta di un elemento originale: un
wicker-man con la testa di zucca molto simile a quello presente nella sequenza di apertura di
Nightmare Before Christmas. Il
Che aria tira a… settimanale di
Silvia Ziche risulta poco comprensibile, pur avendo comunque più senso rispetto alla
one-pager di
D’Antona e
Migheli che chiude l’albo.
È forse giunto il momento per la redazione di porsi seriamente il problema delle storie brevi, sempre meno sensate? Chissà.
Nelle rubriche trovano spazio
approfondimenti sulla festa di Halloween, sempre più popolare nel nostro Paese, comprensivi di una spiegazione dell’iconografia di Jack ‘o Lantern. Seguono un articolo sulla pallavolo, due pagine dedicate al tema dell’esplorazione di Marte e
una serie di doverosi omaggi a Gigi Proietti. La settimana prossima, insieme a
Topolino potremo trovare in edicola le prime venti
carte napoletane illustrate da Blasco Pisapia, ennesimo gadget allegato.
Voto del recensore:
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