Allora, ho dovuto rileggere la storia perchè non ricordavo l'aneddoto, e confesso che tentare di fare un qualsivoglia ragionamento anche un minimo serio in una trama cosi "folle" è cosa ardua.
Dunque, provando a semplificare al massimo il ragionamento, abbiamo dei banditi che ordiscono un complesso piano ai danni di un riccone, che si esplica attraverso la pubblicazione di un libro presso la casa editrice della (futura) vittima, il tutto per acquisire credibilità ai suoi occhi, potersi introdurre in casa sua e derubarlo. Sennonchè, il furto (non può parlarsi di rapina perchè non vi è stata alcuna violenza alle persone) avviene proprio il giorno prima di quello fissato per la corresponsione dei proventi connessi al diritto d'autore sul libro (cifra peraltro molto consistente, dato l'enorme successo che aveva riscosso quel romanzo), ed allora uno dei Bassotti esclama "Temo che con la faccenda della rapina ce li siamo giocati".
Orbene, a parte l'aspetto comico della gag, accentuato dal fatto che alla fine i Bassotti non ricaveranno nulla dal loro elaboratissimo piano, ritengo che la faccenda sia più complessa.
Per quanto concerne i profili penalistici (a me più congeniali), come già detto è improprio parlare di rapina, ma anche di truffa poichè manca l'atto di disposizione patrimoniale della vittima; personalmente ritengo, invece, che si tratti di furto, più precisamente di furto in abitazione (art. 642-bis c.p.: Chiunque si impossessa della cosa mobile altrui, sottraendola a chi la detiene, al fine di trarne profitto per sé o per altri, mediante introduzione in un edificio o in altro luogo destinato in tutto o in parte a privata dimora o nelle pertinenze di essa, è punito...) pluriaggravato, poichè sussistono, infatti, almeno tre aggravanti speciali ex art. 625 co. 1 c.p.:
- la n. 2, mezzo fraudolento (che consiste in consiste in un'azione straordinaria del soggetto caratterizzata da astuzia e scaltrezza, idonea a soverchiare o sorprendere la volontà contraria dell'offeso e quindi a rendere vani gli accorgimenti e le cautele da questi predisposte; direi che ci sta tutta, tenuto conto della elaboratissima preparazione del piano);
- n. 4, fatto commesso con destrezza (quando il fatto è commesso con abilità e sveltezza, non necessariamente di carattere eccezionale, essendo dunque sufficiente che l'agente abbia eluso l'attenzione della persona offesa per sottrargli le cose che ha indosso o comunque nella sua sfera di disponibilità; anche questa è rinvenibile nella pantomima di Nonno Grazia, che finge l'orticaria quando invece sta comandando i robot);
- la n. 5, fatto commesso da tre o più persone (e i Bassotti sono quattro).
In più sussiste anche un'aggravante comune ex art. 61 co. 1 c.p.:
- la n. 7, danno di rilevante gravità nei delitti contro il patrimonio (e te credo, gli hanno svuotato il Deposito!)
La presenza di queste aggravanti aumenta minimi e massimi edittali, portando la pena da un minimo di tre ad un massimo di dieci anni (art. 624-bis c.p. ul. co.: La pena è della reclusione da tre a dieci anni e della multa da duecentosei euro a millecinquecentoquarantanove euro se il reato è aggravato da una o più delle circostanze previste nel primo comma dell'articolo 625 ovvero se ricorre una o più delle circostanze indicate all'articolo 61), tenendo conto della quantità di aggravanti sussistenti, nonchè della recidiva, i Bassotti avrebbero davanti un bel periodo di gattabuia (per completezza aggiungo che il fatto che abbiano perso il bottino non implica che il delitto si configuri quale tentativo, perchè per la configurazione del furto consumato è sufficiente che la cosa sottratta sia passata, anche per breve tempo, sotto l'autonoma disponibilità dell'agente, e cosi è stato).
Passando ora ai profili civilistici, che poi sono forse quelli più inerenti al quesito posto da Luxor, vediamo di capire se effettivamente il Bassotto autore del romanzo avrebbe diritto a percepire le somme derivanti a titolo di diritti d'autore. Innanzitutto sembra chiaro che il fantomatico Steven Ping abbia concluso un contratto di edizione con la Casa Editrice Stomp Edizione, di proprietà di PdP, conferendogli il diritto di pubblicare il romanzo a fronte di un dato corrispettivo (se fisso o rapportato ai volumi di vendite del libro poco importa).
Ebbene, da un lato abbiamo una probabilissima (per non dire certa) condanna dei Bassotti, compreso Steven Ping, ad una pesante pena detentiva per l'azione delittuosa nei confronti di PdP, dall'altro il diritto d'autore che è assoluto (ed inalienabile nella parte morale, cedibile a terzi nella parte patrimoniale), ed in effetti si potrebbe essere portati a pensare che, avendo comunque il Bassotto scritto il romanzo, ed avendo questo riscosso un grande successo, comunque un corrispettivo gli sarebbe dovuto.
La cosa, tuttavia, non è cosi semplice.
Innanzitutto, è ovvio che PdP, proprietario della Stomp Edizioni, una volta appresa la vicenda da Paperino sicuramente farebbe di tutto per bloccare il pagamento ai Bassotti, rifiutandosi categoricamente di consegnare loro la somma convenuta.
A questo punto si pongono almeno due ordini di problemi.
Primo, i Bassotti, nelle more del processo penale, dovrebbero agire in giudizio (civile) citando la casa editrice per ottenere il pagamento della somma ma, come mi è stato autorevolmente fatto notare, con quale nome l'autore del libro potrebbe agire? Il falso Steven Ping? Bassotto 176-qualcosa? O cos'altro?
Secondo, anche ammesso che un bravo Cavillo Busillis riesca a trovare l'escamotage per un atto di citazione, difficilmente l'azione potrebbe avere successo. Infatti il contratto di edizione, che legittimerebbe la richiesta, è sicuramente annullabile per dolo della controparte (art. 1439 c.c.: Il dolo è causa di annullamento del contratto quando i raggiri usati da uno dei contraenti sono stati tali che, senza di essi, l'altra parte non avrebbe contrattato). Nel caso di specie non v'è dubbio che Paperone, se fosse stato a conoscenza delle reali identità ed intenzoni dei Bassotti, mai e poi mai avrebbe acconsentito a pubblicare il libro, ed in ogni caso il dolo sarebbe facilmente dimostrabile con la sentenza penale di condanna.
Dunque il contratto è annullabile, ma non nullo, e la differenza sta nel fatto che, fino al momento in cui non ne viene chiesto l'annullamento al giudice, esso resta valido e continua a produrre i suoi effetti.
Naturalmente Paperone non avrebbe alcun interesse a chiedere l'annullamento del contratto di edizione, che travolgerebbe tutti gli effetti fino a quel momento prodotti (non dimentichiamo che ha guadagnato miliardi dalle vendite del romanzo), tuttavia il fatto che sia annullabile torna a suo favore perchè, anche nell'improbabile caso di azione dei Bassotti nei suoi confronti, egli potrebbe rispondere con una eccezione riconvenzionale ex art. 1442 ultimo co. cc (L'annullabilità può essere opposta dalla parte convenuta per l'esecuzione del contratto), appunto eccependo l'annullabilità del contratto di edizione per dolo della controparte ai sensi del 1439 c.c., ottenendo cosi l'effetto di paralizzare la richiesta economica e far contemporaneamente salvi i suoi guadagni. 8-)
La questione è tuttavia molto complessa, perchè si intreccia proprio con la normativa sul diritto d'autore (che è molto particolareggiata e sui più livelli normativi, nazionale e comunitario se non erro), dunque non mi sento di mettere la mano sul fuoco su quanto ho detto e lascio la parola a chi ha più dimistichezza con la materia.
In definitiva, mi sento di concludere che, come sempre, i Bassotti da tutta la vicenda non dovrebbero poter ricavare altro se non un bel soggiorno al fresco! Naturalmente, SE Steven Ping non fosse fuggito dal Deposito aggrappandosi al mezzo volante dei Bassotti, e SE Nonno Grazia non avesse stupidamente raccontato tutto a Paperino, probabilmente il bassotto autore avrebbe potuto tranquillamente incassare la somma e poi sparire nel nulla, ma credo sia un'osservazione troppo logica e del tutto fuori luogo in un storia folle come quella!